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Alain Finkielkraut, per non rinnegare le proprie radici

10 JUNE 2026

Alain Finkielkraut è un intellettuale francese assai noto Oltralpe, anche perché da molti decenni animatore di un programma radiofonico, autore di una quarantina di libri, metà dei quali pubblicati da un editore di prestigio come Gallimard, accolto una dozzina di anni fa, nell’Académie française, con qualche resistenza da imputare alla sua intelligenza scomoda, esibita nel pubblico dibattito su cultura società politica. Nel gennaio di quest’anno  ne è uscita una sorta di autobiografia (Le cœur lourd, conversation avec Vincent Trémolet Villers, Paris, Gallimard 2026) che mette a fuoco un personaggio meno noto in Italia,  dove sono stati tradotti solo tre dei suoi libri, tra cui l’ultimo, Pêcheur de perles, del 2024, tempestivamente edito da Feltrinelli l’anno scorso. Nato a Parigi nel 1949 da genitori polacchi ebrei scampati ai campi di concentramento (padre, artigiano di pelletteria, rifugiato in Francia negli anni Trenta, per sfuggire all’antisemitismo del suo paese, ma finito ad Auschwitz con le retate parigine della polizia francese asservita ai nazisti occupanti), è naturalmente un giovane militante del ’68 parigino, che è però anche l’anno della Primavera di Praga, del sogno di una pacifica liberalizzazione  – dall’interno  – di una società soffocata dal regime del socialismo realizzato, alla fine repressa dai carri sovietici e di altri paese del patto di Varsavia. Per la presa di distanza di Finkielkraut rispetto alla temperie  rivoluzionaria del ‘68 è fondamentale proprio il contributo di pensatori e scrittori dell’Europa centro-orientale che “hanno svelato l’impostura totalitaria”. È grazie a Milan Kundera che l’autore prende coscienza della differenza tra la primavera parigina e quella praghese. A Parigi è in azione una rivolta di giovani, al tempo stesso lirica e radicale, a Praga è una rivolta popolare di adulti, “esplosione di uno scetticismo post-rivoluzionario”.

In realtà, per comprendere la personalità profonda, dell’autore, occorre ricostruirne l’identità ebrea, cui sono dedicate le pagine più interessante del libro.  Finkielkraut è un laico, non praticante, anzi dichiaratamente ateo,  che tuttavia non intende rinnegare le proprie origini: “Essere ebreo, in effetti, significa inscriversi in una discendenza”, dichiara non a caso, non esitando a far suo quanto detto da un altro più illustre ebreo laico, Raymond Aron, “Non amo strappare le mie radici”. Il passato non passa, il passato è la nostra eredità, si offre alla nostra riflessione, ha sempre qualcosa da dirci. Di qui la postura polemica del personaggio, un certo fastidio per l’eccesso di spirito democratico, che esige sempre più égalité. Ossessionata da questo fantasma, “la nostra epoca è sensibile come nessuna altra prima di essa a ogni discriminazione”: l’intero passato è convocato davanti al tribunale del wokismo, che controlla e perseguita “clichés razzisti, pregiudizi sessisti o omofobi”, tutti abbondantemente traspiranti dai testi letterari della tradizione. Solo il presente e il contemporaneo brilla e merita di essere studiato: conclusione naturalmente inaccettabile per un cultore della civiltà francese, che s’indigna dinanzi al ridicolo della scrittura inclusiva, lesta a inventare un unico pronome al posto del tradizionale duplice egli/ella. Sicché non stupisce che possa arrivare a dire – come aspramente dichiarato nel precedente Pêcheur de perles – che il transgender è “la figura emblematica del terzo millennio”, in quanto indica la strada maestra, una rivendicazione di sempre maggiori diritti che si spinge sino al diritto di  negare la distinzione tra il maschile e il femminile deciso dalla Natura, per farsi creatore di sé stesso. Il rifiuto della norma, di ogni norma pregressa, significa infatti, appunto, “riappropriarsi della propria origine”: il contrario esatto della scelta di Finkielkraut ebreo laico.

Sul piano politico non sfugge comunque all’autore che i palestinesi di oggi sono gli ebrei di ieri (sebbene con la conseguenza scandalosa che all’interno dello storico anti-razzismo della sinistra si genera fatalmente un inedito razzismo anti-sionista), e che i secondi hanno fondato il proprio Stato, sì, sulla terra anticamente  dei propri padri, la quale però da duemila anni è stata terra palestinese. Finkielkraut  riconosce altresì che i coloni ebrei hanno ingiustamente strappato lembi sempre più ampi di Cisgiordania, ma ammette che in Israele si scatenerebbe la guerra civile al tentativo di smantellare le colonie abusive. Certo, l’autore critica la politica di Netanyahu perché non ha una strategia per il dopo, ma lui per primo ammette che è troppo tardi per uno Stato palestinese, reso insufficiente proprio dal processo di colonizzazione strisciante della Cisgiordania. La sua proposta, alla fin fine, risulta assai elusiva e forse quasi provocatoria: c’è già uno Stato palestinese, il Regno di Giordania, “una confederazione giordano-palestinese è senza dubbio più sensata di uno Stato palestinese stretto fra Israele e la Giordania”.  Resta comunque la consapevolezza di una perduta innocenza, sintetizzata nel titolo e bene spiegata nelle ultime righe dell’autobiografia: “Per la prima volta nella nostra storia, dobbiamo affrontare l’odio senza aver la consolazione dell’innocenza. È questo il cuore pesante”.

(25 gennaio 2026)