Un teatro diverso: non il testo ma la scena
Il libro di Nicolas Doutey, Une idée de scène. Avec l’écriture théâtrale de Beckett (Classiques Garnier, Paris 2025), è il frutto di un dottorato della Sorbonne parigina in cui l’autore incrocia analisi drammaturgica (su Beckett) e pratica scenica, così scoprendo una propria vocazione non già per l’Università bensì per il lavoro di drammaturgo e di Dramaturg. Beckett rompe rispetto al teatro di tradizione, fondato sulla centralità del personaggio, ricco di una sua psicologia, e si muove sotto il segno della sottrazione. Il punto di partenza è costituito spesso da una dimensione realistica e da un contesto storico-sociale che via via scompare. Per esempio in Aspettando Godot Estragon e Vladimir sono originariamente due ebrei in attesa del contatto con persona incaricata di portarli in salvo, il cui nome in codice è forse Godot: rimando implicito alla militanza di Beckett nella Resistenza francese, sotto l’occupazione nazista. La versione finale è invece la metafisica epifania di due creature che aspettano la fine della vita, incontrando due volte Pozzo e Lucky, i quali, al secondo incontro (che è poi il giorno seguente), sono diventati rispettivamente cieco e muto. Più niente realismo e nemmeno personaggi, ridotti a mere figure simboliche. L’attesa della fine è intessuta di menomazioni progressive, in una cornice di graduale restringimento spaziale. Se qui c’è ancora apertura d’orizzonti, in altri testi gli interpreti risultano inibiti nei movimenti, immobilizzati, interrati (dapprima fino alla vita, poi solo con il volto che spunta al di sopra del terreno), oppure immersi in bidoni della spazzatura. Un teatro che esprime il senso della vita quale decadenza inarrestabile del corpo, sino alla perdita della parola, al silenzio che anticipa il silenzio eterno (alcuni brevissimi testi si intitolano Atti senza parole, una lunga didascalia priva di battute).
Quello di Doutey è un libro militante, nello spirito del tempo, che potrà sicuramente interessare l’insofferente gioventù intellettuale di oggi: insegue infatti un’altra idea di scena, ispirata dalla filosofia pragmatista, contrapposta alla visione testo-centrica della tradizione teatrale. Secondo la quale, in primis c’è la scrittura, e solo in un secondo tempo entra in gioco la scena. Doutey insiste sul concetto di incarnazione, che suggerisce ovviamente un’inflessione religiosa. Certo, si è parlato di magia della scena, spazio di trasformazione e trascendenza, dove il corpo dell’attore, incarnando il personaggio, rende reale ciò che è immaginario. Doutey rifiuta tale concezione, sebbene a prezzo di una estremizzazione di comodo (“affinché ci sia veramente incarnazione, occorre un miracolo, occorre oltrepassare la frontiera tra vita e morte”), non accettando cioè di intendere il miracolo in termini solo metaforici.
Per Doutey il teatro di Beckett è splendidamente funzionale: non ci sono più personaggi, in cui sia possibile incarnarsi, ma solo ombre di figure, mutilate e talvolta mute, che esaltano per contrasto la centralità protagonistica della scena, ogni volta diversamente inventata. Beckett – conclude Doutey – resiste all’idea della incarnazione, che è “un pilastro inaggirabile della concezione dominante del fatto teatrale da cui discende il contrasto fra testo e scena”.
Epperò un’idea di scena alternativa, non complementare a un testo in posizione di primazia, è ben possibile; un teatro che non rappresenta, cioè che non ri-presenta qualcosa che si suppone già presentato in un altro spazio (quello del libro o del semplice copione), ma è il teatro di Kantor, di Grotowski, di Barba e di pochi altri, che abbiamo visto alla fine del Novecento. Ne La classe morta di Kantor l’unico vero personaggio è il dispositivo scenico, cinque file di antichi banchi di scuola, su cui stanno (seduti, in piedi, in movimento…) una dozzina di vecchi, ridestati ai ricordi della loro vita dal suono di un valzer malioso. Non una scrittura autorale da tradurre sulla scena, bensì una scrittura scenica di cui è autore il regista. Non è il caso, insomma, di dichiarare guerre di sterminio, se la convivenza è possibile fra due diverse prassi teatrali. L’unico guaio è che si tratta di un teatro bisognoso di una merce rara, di poeti della scena, in questo primo spicchio del nuovo secolo non ancora percepiti… Laddove il testo-centrico teatro di tradizione, con il suo millenario patrimonio di pièces, garantisce almeno quanto l’usato sicuro…
(pubblicato su “ItalyPost”, 17 maggio 2026)