Taiwan e la Repubblica di Salò
In una recente apparizione televisiva sulla 7, a L’aria che tira, Piergiorgio Odifreddi, illustre matematico e saggista, ha fatto un accostamento che non avevo mai sentito, quello fra Taiwan e la Repubblica di Salò. Ben sapendo che l’Occidente non vedrebbe bene il ricongiungimento dell’isola in seno alla Repubblica Popolare Cinese, ha chiesto polemicamente cosa pensare di una fascista Repubblica di Salò ancora indipendente, accanto alla Repubblica Italiana. Forse l’accostamento funzionerebbe meglio immaginando una ipotetica Repubblica di Salò impiantata in un’isola, a esempio nella meno raggiungibile Sardegna, ma il senso della provocazione non cambia. Odifreddi, si sa, è portatore di quella che si chiama intelligenza scomoda, che a mio modesto parere è comunque sempre più fruttuosa dell’inerte condivisione di opinioni diffuse, spesso morbidamente ipocrite. I politici europei si richiamano ossessivamente al diritto internazionale, che contrappongono alla politica di potenza della Russia nei confronti dell’Ucraina ma rifiutano di accettare quello che pure è banale: che il diritto internazionale vive unicamente a prezzo di una negoziazione ragionevole con la Realpolitik. L’ONU, quale ente principale che veicola il valore del diritto internazionale, si regge sull’anomalia di un organismo di governo, il Consiglio di Sicurezza, di 11 membri, 5 dei quali non eletti ma membri permanenti di diritto, che possono porre il veto a qualsiasi deliberazione (USA, Russia, Cina, Inghilterra, Francia). Storicamente le 4 potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, oltre alla Francia, cooptata sostanzialmente in quanto grande potenza coloniale, prima che iniziasse l’epoca della decolonizzazione. È ovvio che nessuno dei 5 avrebbe accettato di entrare nell’ONU se non ci fosse stato il riconoscimento di una loro posizione privilegiata. Ma chi rappresentò, originariamente, al momento della costituzione dell’ONU, nel 1945, la Cina? Non Mao bensì Chiang Kai-shek, leader del partito nazionalista cinese, che dopo aver perseguitato i comunisti cinesi, si allea con essi per respingere l’invasione giapponese, salvo riprendere la guerra civile dopo la resa dei giapponesi. Sulla base dei brutali rapporti di forza è dunque Ciang Kai-shek a sedere all’ONU, ma dopo aver riaperto le ostilità con i comunisti di Mao (che si sottrae all’annientamento con la celebre Lunga Marcia) è sconfitto e nel 1949 si rifugia nell’isola di Taiwan. Ha ancora un senso (anche per il diritto internazionale…) che sia il padrone di una piccola isola a sedere nel Consiglio di Sicurezza, al posto del Presidente della neonata Repubblica Popolare Cinese? E ha avuto un senso (sempre anche in nome del diritto internazionale) che gli USA e l’ONU abbiano aspettato il 1971 per cacciare dal Consiglio di Sicurezza il rappresentante di Taiwan a favore di quello della Repubblica Popolare Cinese?
Ahimè, in politica non valgono (cioè, non dovrebbero valere…) le logiche del tifo calcistico, secondo cui sono sempre gli avversari a fare i falli, e i falli dei nostri non esistono. Fino a prova contraria la civiltà occidentale garantisce una qualità di vita individuale e collettiva che non ha paragone con quella riscontrabile in altre parti del mondo, ma ciò non ci deve impedire di vedere che le democrazie occidentali, quando serve, non esitano ad allearsi anche con il diavolo. Dolcemente ipocrita, pertanto, dire che la Cina non ha diritto a riprendersi la sua provincia ribelle perché, in quasi 80 anni che sono nel frattempo trascorsi si è formata una società nuova, democratica, e che è giusto rispettare l’auto-determinazione dei popoli. La stessa cosa che si dice per l’Ucraina, storicamente carne della carne russa, ma che non si è mai detta quando gli USA appoggiarono il colpo di stato dell’esercito in Cile, contro un governo democraticamente eletto. Il guaio è l’arrivo di Trump, che ha sparigliato, svelando i giochi, in qualche modo disposto a riconoscere ciò che i politici europei non vogliono concedere: che le grandi potenze non possono accettare che i cani possano abbaiare troppo vicino ai propri confini. L’espressione è di Papa Francesco, che all’inizio dell’invasione dell’Ucraina disse appunto che “la Nato aveva abbaiato alle porte della Russia”…
(2 giugno 2026)