Congedo da “Il castello di Elsinore”

Mi tocca l’obbligo di meglio argomentare perché diavolo, dopo 38 anni di onorato servizio, durante il quale sono usciti 92 fascicoli, una rivista di prima fascia, “Il Castello di Elsinore”, fondata nel 1988, è stata inaspettatamente abbandonata anche dall’ultimo dei suoi sei fondatori. Direi, in prima battuta, perché si è chiuso un ciclo. Sono lieto di aver fatto parte di una generazione che ha avuto dei Maestri, per di più dotati di visioni. All’origine della disciplina teatrale – tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento – ci sono stati italianisti e francesisti di valore (Apollonio Caretti Getto Macchia), oltre ad alcuni storici dell’Arte. A Torino fu Getto a invitare Gianfranco De Bosio, allora Direttore del Teatro Stabile di Torino, a tenere un seminario su Alfieri per alcuni suoi laureandi, fra cui Tessari e io-me (e fu De Bosio a calamitare successivamente Alvise Zorzi, per farci proseguire nel nostro apprendistato).

All’inizio l’azzardo sembrò affascinante, per i giovani che abbandonarono i paesi nativi, i territori delle Letterature o della Storia dell’Arte, ponendosi in marcia verso le terre sconosciute, oltre la frontiera. Qualcuno, in verità, sarà stato forse cacciato, a calci nel sedere, da Maestri esigenti oppure un po’ troppo tiranni, tanto per toglierseli di torno, gli asinelli e i noiosi supponenti, ma non mancavano i coraggiosi, gli inquieti, un po’ avventurosi e un po’ ribelli, rispetto a un certo conformismo culturale grigio e persino un tantino bacchettone. Una generazione, la nostra, militante, cioè contestatrice, assai bellicosa, come era fatale, discendendo tutti per li rami dal vorticoso albero sessantottino.

I più ambiziosi (che erano anche i più bravi) si percepivano come coloni smaniosi di rompere con la madre-patria, ansiosi di arrivare presto a definire una identità della nuova disciplina, autonoma dai Maestri che li avevano spediti a colonizzare un territorio incognito. La Storia del Teatro non poteva essere un modo nuovo di dire una cosa vecchia, di ribattezzare quelle meschinelle materie che stavano da sempre in tutti i comparti letterari dell’Università pre-sessantottina, Letteratura teatrale italiana o francese o inglese o tedesca o compagnia cantando. E così fu, non Storia del teatro bensì Storia dello Spettacolo. Peccato che per la prescia di concludere la pratica, come talvolta succede, si buttò l’acqua sporca con il bambino.

A esaminare la consistente produzione saggistica dell’ultimo trentennio del Novecento – peraltro mediamente di alto livello – è facile accertarsi di quanto sia dominante, quasi ossessiva, l’indagine sull’arte attorica, o su qualunque altro segmento di quel coacervo molteplice che è lo spettacolo, purché non fosse l’odiosa drammaturgia. Se poi, invece, al posto del nobile spettacolo, proprio si doveva nominare la parola esecranda – teatro – vigeva unicamente l’autorizzazione a parlare di Storia materiale del teatro, cioè degli infiniti problemi di organizzazione dell’evento spettacolare, compresi i profumi spruzzati in abbondanza per attenuare – legge una gustosa cronaca del tempo – “tal puza de tampho et de pisso del tanto pissare che haveno fatto quelle donne”, cioè le spettatrici degli allestimenti della festa rinascimentale commissionata dal Principe, costrette – le poverelle – a mingere là dove erano, immobilizzate sui gradoni, perché impossibilitate a raggiungere gli orinali a causa della moltitudine del pubblico!

Anche la minoranza eretica dei docenti della generazione sessantottina, nonostante le loro origini letterarie, perché in gran parte allievi di grandi Maestri dell’Italianistica come Getto o Caretti, si inserisce – in maniera saltuaria oppure in modalità più costante – nella pulsione collettiva al cambio di passo, realizzando peraltro prodotti saggistici originalissimi e di grande rigore: penso alle indagini di Tessari e Ferrone intorno alla Commedia dell’Arte, alle ricerche di Artioli su Artaud e Carmelo Bene, al lungo scavo che Marzia Pieri ha dedicato allo spettacolo cinquecentesco, riletto come una tessera, nemmeno la più importante, di una totalità complessiva, dietro cui sta la civiltà della conversazione, presente sia nella festività privata che nelle consuetudini associative di accademie e congreghe.

Naturalmente molto più appassionata, quasi lancinante, sino a rasentare accenti di fanatismo, l’adesione al lavoro attorico (principalmente contemporaneo, ma non solo, a essere onesti) di quelli che i castellani chiamavano i mugnai, perché legati all’editoria del Mulino, i quali avevano ovviamente la loro capitale nel DAMS bolognese, per molto tempo l’unico DAMS esistente in Italia, oggetto delle brame e delle invidie di tutti quelli che non ce l’avevano… Per un quarto di secolo hanno battagliato – castellani e mugnai – e non c’è dubbio che basta quel che ho sin qui detto per chiarire che i vincenti furono i secondi, che agitavano gli stendardi più luccicanti, relativamente pochi di numero, ma compatti e coesi nelle loro luccicanti corazze da cavalieri teutonici, a presidiare il fronte trincerato di nord-est, lungo la linea Grotowski-Barba.

Epperò mi chiedo – un po’ confuso e attonito, con un piede nella fossa (ma da tenace claustrofobico preferisco dire sul bordo del forno crematorio), se l’incertezza in cui versa visibilmente la nostra comunità scientifica, non sia proprio il risultato di quel trionfo, rivelatosi alla fine, di fatto, una sorta di vittoria di Pirro. Perché mi par difficile negare che si stia perdendo la percezione della storia: ci sono giovani che talvolta scrivono di eventi accaduti oggi o al massimo ieri mattina, e quelli risalenti già solo agli anni Novanta del Novecento appaiono loro anticaglie archeologiche, e la parola drammaturgia una sorta di bestemmia…

Adunque – per tornare a bomba – dico che ho pensato originariamente di doverla accompagnare – la rivista cognominata “Il castello di Elsinore” – come quando condussi dal collega della Facoltà di Veterinaria il mio gattino chiamato Ibsen, troppo vecchio per dover ancora soffrire, ma non so come, all’ultimo – forse sedotta da proposte e avances da tante parti giunte, forse anche per i buoni uffizi del callido co-direttore… – la sventurata rispose, sfuggendomi di mano, quasi fosse uno dei sei personaggi pirandelliani, ostinati a volersi esibire sulla ribalta, fuggendo lontano lontano…

Già, ma lontano quanto, lontano dove, era fuggita, la rivista birichina? Sorprendentemente arrivata sino a Bologna: giustappunto la capitale dei nostri nemici, la quale aveva curiosamente aperto le porte all’allieva primogenita del primo cavaliere del Castello, per intronarla sul seggio regale che fu del Sire dei mugnai: così riconfermando che, per davvero, l’avevano vinta loro, inesorabilmente, la Guerra dei Trent’Anni…

Già, perché ricordo bene come parlava il grande Claudio, Signore di Bologna, i linguaggi non verbali, che per lui erano l’essenza del DAMS, sicché gli sarà piaciuto di certo, il percorso di Elena Randi, la quale – mi sembra, ma posso anche fallare… – ha da tempo abbandonato gli studi sulla drammaturgia e sulla regia, figlia prediletta della drammaturgia, per dedicarsi esclusivamente alla danza, voilà, proprio linguaggio non verbale, la danza…

Sicché, dinanzi a questo mio quadretto – non idilliaco ma rasserenato nelle conclusioni ultime, pacificato dalla forza della realtà inesorabile – non posso nascondere lo stupore per la reazione – comunque spropositata, e almeno per me incomprensibile – di Mirella Schino, a fronte delle nostre Note di congedo nell’ultimo fascicolo, uscito puntualmente nel giugno 2025: cosa diavolo ci siamo permessi di dire, noi, poveri untorelli, direttori della testata?

Nelle sue 17 righe scarse Perrelli segnalava come qualmente la proprietà della medesima passasse al Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, osservando al contempo che “il settore disciplinare ha cogente necessità di storia e profondità di ricerca e pratiche storiche”. Poco sotto le 17 perrelliane, solo 8 righe alongiane che riproduco integralmente:

… perché un castello è un castello, spazio chiuso in cui ci si difende dagli assalitori, perché tutti gli assalitori sono scomparsi, perché anche Umberto e Tex, difensori di grande valore, se ne sono andati non so dove, perché Siro e Silvana da un pezzo non riesco a sentirli, nemmeno per telefono, perché Claudio, mio compagno di studi di mezzo secolo fa – figlio di colonnello che il figlio di maresciallo riguardava con rispetto e persino con timidezza – devo averlo visto, sì, certamente l’ho visto, più di vent’anni or sono, ma non l’ho riconosciuto, perché non ci sono più bandiere che sventolano e tutto è miasma, perché il resto è silenzio…

Mi sarei risparmiato la noia di questa mia mail puntigliosa (e tanto più l’enfasi narcisistica dell’auto-citazione) se non fosse che Mirella Schino – sull’ultimo fascicolo della rivista “Teatro e Storia”, 46/2025, pp. 10-11 – ha ritenuto di farmi l’onore di costruire tutto un suo discorso, proprio a partire dal mio breve svolazzo poetico (forse un po’ enigmatico, ammetto, per i giovani della comunità scientifica), assai malamente da lei interpretato, benché chiaramente introdotto dalla prosa raffinata del sempre amabile e penetrante Perrelli (“Il punto di vista di Roberto Alonge – fondatore della rivista – è, in questo contesto, inevitabilmente più coinvolto e personale, e richiama soprattutto la desertificazione negli anni del nucleo che ha avviato la testata anche a causa delle morti o del comune disserrarsi dei rapporti nello scorrere della vita”). Una innocua lamentatio senile, insomma, scusabile in un malinconico vecchio professore in pensione di 83 anni suonati, che ha continuato a insegnare, a titolo di professore a contratto, per 1400 euro annuali, cioè 100 euro al mese, sino ai suoi 80.

La stessa Mirella sembrava peraltro condividere, principiando il suo pezzo con parole di umana comprensione:

Nel congedarsi il suo fondatore, Roberto Alonge, ha scritto un breve messaggio. Credo nel rispetto per gli studiosi più anziani, seguire quel che dicono è doveroso, ho letto con particolare attenzione. Sono poche righe, mi sembrano molto amare, le riporto: […] Il dolore per la perdita di tanti amici, e perfino di tanti nemici, è toccante, è un sentimento che prima o poi coinvolge tutti. Ma è uno strano messaggio, per chiudere una fase della vita di una rivista, il rimpianto per i tempi andati si fonde con il disprezzo per i tempi presenti.

Ohibò, tutto sùbito “rispetto” per i poveri vecchi (studiosi) canuti e stanchi, e persino “doveroso” il “seguire quel che dicono”, ma poi… ma poi scatta la fatale avversativa, il Ma a inizio dell’ultima frase citata, e a quel punto la voglia di menare le mani è irrefrenabile, e dunque “impetuoso, irresistibil turbo” – direbbe l’Alfieri del Saul – “sterpa, trabalza al suol, stritola, annulla”.

Da cosa, però, ricava – la nostra bella guerriera – che il “messaggio” della mia succinta notarella sia “il disprezzo per i tempi presenti”? Le mie scarne 8 righe – incorniciata da 7 perché, omaggio a Umberto Artioli ossessionato dalla numerologia e dal fascino delle cifre fauste – aspiravano velleitariamente alla leggerezza dell’aura, al massimo a qualche riferimento letterario, per esempio al miasma delle tragedie greche… Come dedurne il grezzo e brutale “disprezzo per i tempi presenti”, cioè – se traduco correttamente – un impietoso giudizio sulla qualità degli studi dei giovani membri della attuale comunità scientifica?

L’unico appiglio esplicativo – a ben riflettere – può essere in una parentesi tonda in cui Mirella distribuisce una più garbata bastonata anche al co-direttore, così scrivendo: “(mi sembra ribadito [il disprezzo per i tempi presenti] anche dall’altro messaggio di commiato, di Franco Perrelli, più sobrio)”. Ahimè, mi par che Mirella interpreti troppo severamente l’esortazione perrelliana/foscoliana ai giovani studiosi a ritornare alla storia, ma comunque Perrelli e io-me non siamo intercambiabili, e soprattutto usiamo registri linguistici diversi, che vanno colti per quel che sono, da chi è capace a coglierli, s’intende: diversamente, meglio tacere.

Le parole hanno un peso, miasma è termine troppo forte, violento, non può essere equivalente del presunto giudizio negativo di Perrelli. Certo, non nego che a sfogliare i contributi comparsi sul “Castello” nell’ultimo decennio mi abbia preso uno scoramento, per saggi spesso ripiegati su argomenti piccini piccini picciò, piccini come francobolli, di scarso interesse, se non per l’ombelico dei loro autori. Epperò con il tempo tutto ciò che nasce si degrada, lo sappiamo, la decadenza è fatale, sta decadendo anche la civiltà d’Occidente, sicuramente la parte localizzata al di qua dell’Atlantico, e insomma avrebbe dovuto capire – l’ottima Mirella – che il mio miasma si riferiva a ben altro, a qualcosa di molto grave, propriamente – per dirla tutta – all’oscenità del plagio, ferita intollerabile nell’orizzonte degli studi, che dovrebbero esaltare la ricerca dell’originalità, e non già la banale divulgazione, la piatta ripetizione di quel che è stato già scritto, e tanto meno il plagio.

O posso e devo pensare che l’ottima Mirella, a mo’ di candida Biancaneve, non abbia avvertito che recentemente si è ancor più ammorbata l’aria di casa della corporazione, già da anni infestata dal fetore dell’indicibile vergogna? Certo, nei giorni presenti abbiamo notizia di docenti universitari che trescano per carpire, a titolo gratuito, strumenti informatici e financo elettrodomestici, ma più grave – mi pare – è rubare idee che non rubare dinari. Non siamo angeli, discendiamo tutti da scimmieschi antenati bestiali, la fame alimentare e quella sessuale da sempre ci incalzano, bisogni implacabili e feroci, anche i docenti universitari, dunque, condividono con l’umanità intera la tentazione del denaro, persino nella sua forma estrema della corruzione e del furto, ma l’appropriazione delle idee altrui è precipuo ed esclusivo dello status dello studioso, e pertanto più infamante.

Ecco, la vera domanda, semmai, cui è troppo doloroso rispondere, concerne la scelta temporale dell’inatteso improvviso brusco cambio di passo: perché mai nel 2025, e non un anno dopo o un anno prima, la rinuncia a continuare la pubblicazione? Ma perché c’è sempre un giorno e un’ora e un minuto, come a una persona – per tutta la sua vita vissuta gettando il cuore oltre l’ostacolo – capita il dì in cui il suo cuore (forse perché ha troppo amato o forse per altre ragioni che la storia non dice, come canta Roberto Vecchioni) cade e si ammacca irrimediabilmente, e così forse è accaduto alla rivista, qualcosa di troppo penoso le sarà capitato, in quell’infausto Anno del Signore 2025…

Epperò proprio non mi riesce di comprendere tutta questa burbanza rude e aggressiva con cui la mirabile Mirella così rilegge la nostra piccola Guerra dei Trent’anni:

Immagino sia questo il motivo per cui me ne è rimasta una impressione tutta diversa, che qui vorrei aggiungere alla sua. Direi una sensazione di gelo: più che battaglie di idee ricordo risse accademiche, di cui a fare le spese spesso erano i più giovani. Nella mia memoria – forse parziale o fuorviata – è stato un periodo in cui più del solito le carriere venivano accelerate o rallentate o bloccate per motivi estranei alla qualità degli studiosi. Ricordo, e non è un ricordo piacevole, obbedienza in molte cordate, o “scuole”. Non nella mia. […] Nel complesso, e nonostante tutto, siamo comunque in un momento un po’ più sano degli anni fulgenti cui Alonge fa riferimento, nei quali oltre ad alcune intelligenze trionfava, per fortuna non dappertutto, il più letale dei sistemi: la concezione piramidale dei gruppi accademici, con un capo che decide e dei sottoposti. Non so come dirlo in modo che non sia insopportabilmente retorico: non lasciamoci sedurre dal passato, non ne vale la pena.

Ohibò, ohibò, doppio ohibò! Ma dove ha vinto il posto di ricercatore, primo gradino della sua meritatamente accelerata carriera, la cara carissima Mirella??? Non nell’Università dell’Aquila del suo Maestro Nando Taviani, e nemmeno nella Roma III di Ruffini, e tanto meno nel DAMS bolognese di Meldolesi e Cruciani. Nessuno dei Magnifici Quattro dell’Ave Maria è riuscito a promuovere il primo scatto del suo percorso di studiosa! La sua “memoria” non è né “parziale” né “fuorviata”, come ipotizza, ahimè, è semplicemente smemorata: ha dimenticato di aver vinto all’Università di Torino, su un posto da me fatto mettere liberamente a concorso (come di rado avviene nell’Università italiana). Forse avrà vinto a sua insaputa, non so bene, ma vinse Mirella Schino, e giustamente, risultando in quella occasione la candidata più brava di tutti i partecipanti. Sicché per un certo numero di anni dovette prendere il treno notturno Roma-Torino per venire a espletare le sue mansioni in terra sabauda.

Naturalmente so come va il mondo, soprattutto in un Paese anti-meritocratico come l’Italia, e dunque, sì, ci saranno sicuramente state pratiche concorsuali non corrette, ed è normale e giusta la protesta di chi ne è stato vittima, ma non mi pare possa essere Mirella Schino a lamentarsi. Mi conforta il fatto che fu Nando Taviani, Maestro di Mirella, a invitarmi, successivamente, a pubblicare un mio libro in una collana da lui diretta presso La Nuova Italia Scientifica, poi diventata Carocci (stessa collana dove anche Mirella pubblicò un suo libro…). Evento che scandalizzò i miei sodali, sul punto di sospettare che fossi passato con i cavalieri teutonici… Solo un ingenuo sprovveduto può immaginare che tanta gentilezza mi sia stata resa per altro che non fosse il mero riconoscimento del mio aver avuto rispetto per il merito: rispetto doveroso ma fiore rarissimo nel Bel Paese…

Insomma, la realtà è sempre più complessa di come possa sembrare, soprattutto a chi ha tendenza a sognarsela, la realtà. C’è stata un lungo contrasto, fra i due gruppi, ma anche periodi di intesa e di collaborazione, in modo alterno, come le fasi della marea… Quando io dico che quei tali erano i Magnifici Quattro, non faccio della stupida ironia, ritengo veramente che, almeno a quella altezza cronologica, fossero i più bravi di tutti, ma erano compiaciuti della loro superiorità, o almeno così venivano percepiti, a torto o a ragione, e per questo la rivista dei cani sciolti fu intitolata all’immagine del castello, “spazio chiuso in cui ci si difende”: ci si difende dai più bravi, a torto o a ragione vissuti come “assalitori”.

Non riesco però – allora, tanto più – a capire il cambio di registro caratteriale dell’ottima Mirella. All’inizio del Duemila, quando Guido Davico Bonino ed io pubblicammo i quattro grossi volumi Einaudi di Storia del teatro moderno e contemporaneo, avevo commissionato alcuni pezzi a taluni dei mugnai (fra i quali la giovane Schino), e tutti avevano regolarmente firmato per accettazione dell’incarico (tempo di marea alta…), ma più tardi alcuni contratti furono stracciati, i relativi contributi non arrivarono in casa editrice (tempo di marea bassa…). Non però la giovane Schino, che in quell’occasione non si mise l’elmetto per allinearsi in trincea. Più che giusto, giovane studiosa in carriera, perché mai rinunciare ad arricchire il curriculum, con un lungo saggio di cento pagine, pubblicato da una casa editrice prestigiosa come Einaudi? Dunque temperamento prudente, sapiente, calma e gesso, come dice chi gioca al biliardo…

Congedo da Il castello di Elsinore

Ma che senso ha dunque, adesso, quando la guerra è finita da un quindicennio, quando siamo quasi tutti morti, o acciaccati o sotto l’ombra di Alzheimer, ed Elena Randi è stata accolta sul seggio che fu del grande Claudio, e regna la pace universale, e persino Eugenio Barba ha deciso di affidare il suo prezioso archivio a un comitato presieduto da Franco Perrelli, esponente superstite del piccolo mondo antico dei castellani, che senso ha siffatto voler battagliare, e non capire che tutto l’impegno va messo, piuttosto, nell’aprir le finestre, per purificare l’aria da “lo puzzo / del villan d’Aguglion, di quel da Signa, / che già per barattare ha l’occhio aguzzo” di dantesca memoria?

Certo, mi sforzo di capire, mi rendo conto che, adesso, la mirifica Mirella è Direttore in solitaria (e non più in Direzione allargata) della gloriosa rivista “Teatro e Storia”, ma un vero leader sa sempre che c’è un tempo per la guerra e un tempo per la pace. La forza di Mirella è sempre stata la parola d’ordine del biliardo, calma e gesso. Fuori da questo orizzonte, rischia di far torto a sé stessa. Accecata dalla voluttà dello scontro, si è calata la visiera dell’elmo, ma così facendo si è reso difficile l’esercizio della lettura.

A metà della pagina 10 della sua rivista, citando le mie 8 righe di cui sopra, ha riportato correttamente “Siro e Silvana”, ma nella nota al fondo della stessa pagina 10, bramando – per zelo didascalico, immagino – spiegare ai suoi lettori giovani quali cognomi corrispondano ai cinque nomi con cui avevo indicato familiarmente gli altri fondatori del “Castello”, ha inventato malamente una glossa strampalata, “Sara e Siro sono Sara Mamone e Siro Ferrone”. Non mancano in verità altri piccoli errori di trascrizione delle mie 8 righe (una parentesi quadra interpolata, maiuscola invece di minuscola, corsivi e puntini di sospensione omessi…) ma sono peccatuzzi che si lavano con un po’ di acqua benedetta.

Scambiare però le persone, trasformando l’originaria “Silvana” in “Sara Mamone”, valente studiosa, consorte di Siro Ferrone, beh, proprio perché poco simpatico per la carissima Silvana Sinisi, mi parrebbe davvero imbarazzante, sebbene ascrivibile ad accecamento (auspicabilmente) solo momentaneo… E tuttavia, da ex marito tre volte divorziato, preferirei pensare, piuttosto, a una innocente ossessione matrimonialista…

rob dei rob — Parigi, 7 febbraio 2026

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