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Alain Bauer, un Trump fuori dal coro

25 MAGGIO 2026

Se la maggior parte degli europei appare assai ostile al personaggio Trump, i francesi sono sicuramente più avanti di tutti, ben rappresentati dal loro presidente, il leader politico più muscolare dell’Unione Europea nel suo sforzo di contrapposizione. In effetti non si può negare che Macron, da tempo senza una maggioranza alle proprie spalle, per le discutibili scelte di politica interna, gode invece di consenso nella sua marcata battaglia anti-americana. Si tratta peraltro di una tradizione che viene da lontano, risalente a De Gaulle, fondatore della moderna repubblica semi-presidenziale. Il generale fu l’unico a diffidare – sin dagli anni Sessanta del secolo scorso, cioè nel pieno della Guerra Fredda – della affidabilità degli Stati Uniti, e le sua posizione ha segnato un direzione di marcia sulla quale si sono attestati i successori, a cominciare da Chirac, che rifiutò nel 2003 di seguire George Bush nella guerra in Irak. Risulta pertanto singolare – in siffatto contesto transalpino – la pubblicazione di un libro su Trump (Alain Bauer, Le pouvoir des mots. Décryptage d’une redoutable mécanique de persuasion de masse, First Éditions, Paris 2026) che non si inserisce nel coro della pubblicistica francese sostanzialmente critica verso il Presidente americano, pur guardandosi bene dal tesserne le lodi.

Il fatto è che Bauer – professore di Criminologia al Conservatoire National des Arts et Métiers, consulente delle istituzioni francesi su problematiche riguardanti   sicurezza e terrorismo – tende a ritagliarsi una postura di tecnico, che si limita a descrivere e analizzare situazioni date, rapporti di forza all’interno del contesto conflittuale dell’universo geo-politico: postura vistosamente chiara nei suoi frequenti interventi nel dibattito televisivo su accadimenti di politica internazionale, in cui  evita sempre prese di posizioni di parte, giudizi comunque angolati, moralistici o ideologici. Nel libro in questione il titolo sembra alludere a una implicita  critica dell’uso manipolatorio della strategia comunicativa di Trump, ma poi, basta aprirlo e leggere le scarne paginette del capitolo introduttivo (intitolato Donald Trump, questo fine stratega sotto-stimato dalle élites) per avere una informazione che pare azzerare montagne di battute liquidatorie sul personaggio, a partire da Philip Roth, che nel 2017 sprezzantemente lo dichiarò in possesso di un dizionario di 77 parole. Gli archivi televisivi dei decenni Ottanta e Novanta del secolo scorso – scrive Bauer – rivelano un Trump “radicalmente differente” da quello che trionferà nelle due discese in campo del Duemila, possessore di “un vocabolario di una ricchezza concettuale significativa, in grado di maneggiare le sfumature semantiche con la destrezza di un uomo rotto ai codici linguistici delle classi dirigenti”.

A partire da questa scoperta capitale, Bauer organizza il suo intervento con un freddo montaggio di materiali: un centinaio di parole chiave, fra cui le topiche (America first,  Fake news, Make America  Great Again, The system is rigged, Woke), e le coinvolgenti per catturare l’uditore (Believe me,  Frankly) e una quarantina di frasi-manifesto (fra cui Politicians are all talk and no action, The forgotten men and women of our country will be forgotten no longer), impressivamente ricorrenti nei logorroici discorsi di un Trump seconda maniera, che ha deciso di entrare in politica e dunque cambia registro, sapendo di dover agganciare un popolo-elettore sempre più insofferente del linguaggio astratto e fumoso della politica. Dunque non un  Trump istintivamente incolto e rozzo, bensì  un Trump che sceglie coscientemente di assumere una maschera, selezionando un linguaggio particolare, volutamente povero. Gli attori della Commedia dell’Arte improvvisavano a partire dal loro bagaglio di monologhi, spezzoni di dialoghi, sentenze, ecc. (i cosiddetti generici, così chiamati in quanto chiavi passepartout, adatte a infilarsi in molteplici commedie); Trump, allo stesso modo, fa leva su  un piccolo tesoretto di vocaboli ed espressioni che Bauer sottopone a una convincente disamina socio-linguistica. Una comunicazione – quella trumpiana – semplificata, perentoria, aggressiva, ricca di coloriture superlative (Big, Fantastic, Strong, The best, Wonderful), che suscita risposte emotive, che parla alle viscere e non tanto al cervello, additando il bersaglio da colpire (Corrupt,  Dishonest, Incompetent, Weak). Persino la ripetitività del discorso è calcolata, determinando un flusso di informazioni “che inibiscono lo spirito critico”, sicché – conclude Bauer – Trump “trasforma la funzione presidenziale in spettacolo permanente, sostituendo alla solennità istituzionale una teatralità aggressiva che affascina tanto quanto ripugna”. Bauer utilizza un verbo negativo (révulser, ripugnare, indignare) ma sottolinea che nella società moderna “l’indignazione genera audience e l’audience conferisce potere”.

(20 gennaio 2026)